Laguna di Narta e Monastero di Zvërnec: tra storia e realtà

Qual’è la storia di Narta e del Monastero di Santa Maria a Zvërnec?

Senza dubbio il Monastero di Santa Maria Addormentata (è la traduzione letterale dall’albanese Kisha e Shën Merisë së Fjetur,- la Maria ‘addormentata’ è, secondo la dottrina, nella fase dell’Assunzione in cielo-, n.d.t.), noto anche come Monastero di Santa Maria, è uno dei posti più incantevoli dell’Albania.

Ma i nartioti (gli abitanti di Narta) sentono una sorta di irritazione ogni volta che questo posto è chiamato Monastero di Zvërnec. Così ne è nata una specie di querelle.

In effetti quest’isola è geograficamente molto più vicina al villaggio di Zvërnec che a Narta. Ma qual’è la verità?

Laguna di Narta

Panoramica dell’intera Laguna

Ci sono teorie scientifiche e non secondo le quali ‘Zvërnec’ è una sostituzione fonetica della parola ‘Spinarica’, che designava una città risalente all’Alto Medioevo (per convezione questo periodo storico va dal 476 d.C, anno della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, all’anno 1000 d.C., n.d.t.), posizionata, a seconda delle teorie, ora vicino alla laguna, ora tra Apollonia (la vecchia ‘Pojan’) e il corso del fiume Vjosa.

I resti archeologici di quella famosa città, tuttavia, non si trovano nè vicino a Zvërnec nè vicino a Pojan, qui con l’eccezione dell’antica Chiesa di Shën e Premtes (la traduzione letterale non l’ho trovata da nessuna parte, ma riferendosi il nome, come credo-correggetemi se sbaglio- al Venerdì Santo, penso che la denominazione possa essere tradotta come ‘Chiesa della Crocifissione, n.d.t.).

Se guardiamo alla radice del nome Zvërnec, si può capire che viene dallo slavo, dove ‘Zver’ significa animale cattivo, furbo, selvaggio, quasi bestia. Quindi nessuna connessione con ‘Spina-rica’.

D’altra parte, la collina che oggi si chiama Triporti porta su un suo crinale una antichissima basilica. Nel mare, sul lato sud-est, c’è anche un muro perimetrale, tipico delle città antiche.

Fino al 1962, gli archeologi albanesi pensavano che lì ci fossero le fondamenta di Aulona (l’antico nome di Valona), fino a quando a Sheshi i Flamurit (la Piazza della Bandiera, n.d.t.) iniziarono i primi lavori per l’installazione del futuro Monumento all’Indipendenza e, a sorpresa, furono scoperte spesse mura di quello che poteva essere un castello o una cinta muraria cittadina.

Quindi Valona (Aulona) era sempre stata lì, dov’è ancora oggi.

Ci si chiede allora: queste mura attribuite a Spinarica e ritrovate a Triporti non possono essere medievali? Gli archeologi sottolineano che esse sono ancora più antiche, poichè Spinarica fiorì tra l’XI° e il °XIII secolo.

Il nome Triporti è latino ed è collegato alle tre gole che collegano la Laguna (di Narta, come viene chiamata oggi) al mare. Quindi appartiene al periodo veneziano. Le vecchie mappe mostrano la zona collinare come un’isola separata dalla Laguna.

In effetti, i nartioti chiamavano questa penisola Pllaka (La placca, n.d.t.), forse per gli spessi strati sabbiosi verticali visibili ancora oggi.

Ma torniamo alla questione del Monastero. Sicuramente l’isola stessa è un residuo tettonico in quanto vi sono altre colline.

Resta un mistero il suo imboschimento con solo cipressi, poichè non si sa chi se ne è occupato.

La chiesa risale al XI°-XII° secolo e coincide con le invasioni slave in questa zona e l’amministrazione medievale di Valona (Avlon).

Quando fu costruita la Chiesa di Santa Maria, forse anche quando la chiesa divenne un monastero, probabilmente il villaggio di Narta esisteva già nella sua posizione attuale, anche se non si esclude che nemmeno esistesse.

Ma la stessa Zvërnec ha una popolazione per la maggior parte di origine myzeqare (da Myzeqe, una regione dell’Albania del centro che fa parte della Prefettura di Fier. In italiano è tradotta come Musacchia, n.d.t.). I cognomi, ma anche l’uso approssimato del greco, indicano che questo villaggio fu costruito più tardi di Narta.

Gli edifici di Zvërnec

Laguna di Narta e Monastero di Zvernec

Panoramica dell’isola. Si possono notare tutti gli edifici che spalleggiano il più importante Monastero

Fino al 1959-60 il Monastero aveva 5 edifici, oltre alla chiesa, ed era circondato da una cinta muraria. Vediamo come era strutturato.

Quando si attraversava la porta ad arco, sulla sinistra si vedeva scolpita una croce ortodossa, nei cui spazi erano segnate quattro lettere greche che intendevano dire “File, Fere, Faje, Fije“.

Secondo una traduzione, erano delle parole rivolte ai pellegrini che si trovavano a sostare nel Monastero. “Mik, Bjer, Ha, Ik” (Amico, Dormi, Mangia, Vai, n.d.t.). Il Monastero, quindi, non poteva aiutare il pellegrino se non rifocillandolo di cibo, se ci si rimaneva a lungo o in un giorno normale. L’eccezione era rappresentata dalla festa del 15 agosto.

Il primo edificio, sostenuto dal muro perimetrale che guardava da est e da nord, era la residenza del Vescovo di Berat.

Il Monastero, almeno fino agli anni ’50, fu amministrato dall’Episcopio di Berat. Il Vescovo ci veniva raramente, forse una volta all’anno, il 14 agosto, in preparazione alle sante celebrazioni del 15 agosto per la Festa dell’Assunzione della Vergine.

Le stanze del secondo piano erano davvero lussuose per l’epoca. La sala d’attesa era arredata con divani coperti di una coltre bianca, come bianche le tende; nella stessa sala, anche la biblioteca.

Questa biblioteca era una volta molto grande e, con il tempo, ha perso una parte del suo valore storico, forse anche a causa della stessa creazione del Monastero. Quanti libri aveva? Questo è impossibile da ricordare.

Le beneficienze al monastero, la maggior parte di esse, sono state trovate nelle proprietà terriere di Narta (ulivi e vigneti), il che indica facilmente che i nartioti erano i più grandi elargitori.

Il secondo edificio dei cinque prima menzionati, in posizione est, era ancora più grande, come si vede oggi.

Era chiamato Casa dei Nartioti. Dentro c’erano un paio di piccole scale di pietra, all’interno delle quali il mastro che le aveva costruite aveva lasciato un’apertura a volta dove si trovava la botte dell’acqua potabile.

Il monastero aveva un pozzo, ma la sua acqua non era potabile a causa della forte salinità. Sul lato destro dell’ingresso c’era il terzo edificio a un piano che serviva da magazzino per le provviste, sia quelle per i pellegrini che per i lavoratori del monastero.

Sul retro c’era il quarto edificio, il più bello, quello in cui avevano il diritto di dormire gli ospiti illustri, specialmente gli epitropi (nell’antica Grecia erano dei funzionari pubblici che avevano la responsabilità di governare delle divisioni amministrative, come le Prefetture, n.d.t.).

La veranda dava sul cortile, ma anche sul lato nord della Laguna, per cui la brezza calda di agosto era qualcosa di splendido.

Il quinto edificio era chiamato la Casa del Sacerdote.

La costruzione ospitava l’officiante delle liturgie e delle altre cerimonie che si svolgevano nel monastero. All’interno, un paio di scale strette in pietra che portavano ad una o due stanze al piano di sopra.

In un’ala del quinto edificio erano ospitati anche i malati di mente che arrivavano sull’isola con i loro parenti per essere guariti da un miracolo della Vergine.

Ma, poichè i malati di mente potevano infastidire i loro visitatori, per esempio, o i malati di tubercolosi che, comunque, erano sani di mente, allora essi erano legati a dei ceppi, delle manette, la cui estremità era infissa nelle pareti dell’edificio. Di questa “prigione” oggi è rimasto solo un mucchio di pietre (credo di averlo riconosciuto in questa foto, ma potrei sbagliarmi. Nel caso, ditemelo, n.d.t.)

La Chiesa di Santa Maria, secondo il ricercatore Vasil Vido, era la metà di ciò che vediamo oggi. Si espanse nel lato ovest, specialmente la parte chiamata ‘delle donne’, perché esse erano escluse, in tempi antichi, dalla partecipazione alle cerimonie religiose e le seguivano attraverso delle grate di legno poste al secondo piano delle cappelle.

Il mistero della tomba

All’interno della chiesa c’è una tomba, coperta da una lapide la cui superficie ha una storia a sè.

C’è scolpito un teschio circondato da un serpente e sopra un epigramma che parla di un uomo di nome Karaxha.

La posizione di questa tomba non solo nelle profondità della chiesa, ma adiacente al suo muro meridionale, porta a immaginare, forse fantasticare, che si trattasse di un cavaliere o di un principe, a protezione della cui tomba poi sia stata costruita tutta intorno la chiesa stessa.

Il teschio con il serpente attorcigliato, secondo lo storico Vasil Vido, potrebbe essere un segno dei massoni che scesero su quelle sponde nei secoli XII – XIII.

Tempo dopo, i parenti del cavaliere oi suoi soldati vennero per ricostruire la tomba, o così si deduce giacchè la lastra di marmo non è di materiale locale e alcune delle iscrizioni del bassorilievo necessitavano di una mano artigiana più sapiente di quella disponibile in loco.

Esiste anche l’ipotesi che questa fosse la tomba di un sovrano slavo e la cappella originaria fosse stata eretta per pregare l’anima di questo nobile.

Il cimitero

Fuori dalle mura della cappella c’è un cimitero. La tomba più imponente è un lapidario, o almeno quello che ne rimane, costruito in onore di una donna di nome Katerina Tsukalina.

Non solo il bassorilievo e la spiegazione in greco della sua vita, ma anche altre lapidi ricoperte di muschio, generalmente con scritte greche (in assenza dell’albanese), sono la prova che persone lontane sono sepolte lì.

Un nome, ad esempio, è quello di un uomo provienente dal villaggio di Lekël di Tepelena. Quindi, lontano da qui. Sfortunatamente, il lapidario di Tsukalina venne distrutto nel 1967 per vendere da qualche parte il suo bassorilievo, forse in Grecia, dove ebbe origine questa bellissima donna.

Il motivo di tante sepolture di gente lontana può essere spiegato dal fatto che sono morte lì e non c’era possibilità di trasportare le salme nel paese d’origine.

Morirono in quel luogo perché erano malati e andarono a cercare l’aiuto della Vergine Maria per essere guariti. Non superarono la malattia e vennero sepolti dai loro parenti sul retro della chiesa.

Tomba di Marigo Posio a Zvernec

Qui si trova anche la tomba di Marigo Posio, conosciuta come la ricamatrice della Bandiera dell’Indipendenza proclamata a Valona. Non si sa se la fossa sia vecchia. Ad ogni modo, la lapide ha la fattura degli ultimi anni.

C’è stato a Narta un fis (letteralmente tribù, n.d.t.) con il cognome Xhaxho (Zhazho), i cui morti erano sepolti nel Monastero. A causa della grande distanza tra questo e Narta, le bare venivano trasportate in barca. Anche il corteo dei vivi accompagnava i morti in barca. Così è stato fino al 1959-1960.

Cioè fino a quando il monastero venne trasformato in luogo di internamento per prigionieri politici. L’attività religiosa cessò, anche se la chiesa stessa, incredibilmente, venne nominata Monumento della Cultura proprio all’epoca del comunismo.

Solo un custode aveva il permesso di entrarci. Si chiamava Jani Sita ed era un uomo mezzo cieco. L’isola era circondata da un filo di corrente nell’acqua che lasciava solo uno stretto sentiero, attraverso il quale poteva passare a malapena una barca che serviva anche a portare acqua e cibo agli internati.

In tutta questa storia non vi è alcun segno dell’influenza del villaggio di Zvërnec su quest’isola. E’ vero che la famiglia Arapi fu l’amministratrice della chiesa fino alla fine degli anni ’50.

Dopo la morte di Tol (Apostol) Arapi, i servizi per la chiesa di Santa Maria vennero presi da Mamma Tina (nënë Katina), di Berat, madre del grande poeta albanese Fatos Arapi.

Non si sa che cosa leghi veramente il poeta a Zvërnec – ne ha scritto molto – ma il suo lignaggio era legato al sangue o all’amicizia con Narta.

Anche a Zvërnec ci sono delle famiglie originarie di Narta. Ma la maggior parte degli abitanti è stata portata lì dalla Musacchia dai proprietari terrieri nartioti per prendersi cura dei loro terreni più isolati, specialmente in inverno, quando l’invaso della Laguna copre la distanza Narta-Zvërnec.

Al di là della distanza geografica, è comunque innegabile oggi la venerazione dei nartioti per il Monastero di Santa Maria.

Nota dell’autrice del post: contrariamente a quanto si vede nelle foto che vi ho messo qui sopra, prese da Google immagini a titolo esplicativo, oggi il ponticello che permette di arrivare al Monastero è stato completamente ristrutturato. Questa è una foto scattata da Elton settimana scorsa.

ponte nuovo in legno a zvernec

Libera traduzione dell’articolo di Mihallaq Qilleri da : http://www.kohajone.com/2016/02/05/histori-dhe-mistere-ne-lagunen-e-nartes/

La  pagina Fb di Zvërnec è  https://www.facebook.com/Zvernec/

Questo il link di un servizio tv di Top Channel Albania del 2016 : https://www.youtube.com/watch?v=MEAAvQCZIvI

 

TIP: LA GEOLOCALIZZAZIONE SATELLITARE DELLA LAGUNA

zvernec e narta valona albania

Spero di farvi cosa gradita inserendo questo screen desktop di Google Maps, con la visuale satellite dell’intera zona. Spero si veda abbastanza bene, specie da cellulare. Dove leggete la parola Xhamia (all’angolo in basso a destra), quella è la zona della Moschea, nel centro di Valona.

Il villaggio di Narta si trova a destra del bellissimo, ma purtroppo incurato, bosco (Pylli i Sodës) che vi porta verso Zvërnec. Dove vedete scritto Zvërnec, si trova il villaggio omonimo, ancora più piccolo di quello di Narta. Dovete proseguire ancora avanti per arrivare al ponte che poi permette di attraversare la Laguna. Se aprite online Google Maps e zoommate, lo vedete proprio.

Se camminate..e camminate..e camminate…nel bosco alle spalle del Monastero, scoprirete quello che ha scoperto Elton. Non ne sapeva niente lui e nemmeno io. Un’altra chiesetta. Google Maps mi ha fatto scoprire il nome, Shën Trias, e una bella fotogallery caricata da alcuni utenti.

Come potete osservare, c’è una striscia di dune sabbiose che delimita la Laguna. E’ la lingua di terra che la divide dal Mare Adriatico. Siccome in un punto è aperta, il mare riesce a mischiarsi con l’acqua lagunare. Ecco il motivo della sua alta salinità, sfruttata per l’estrazione del sale nelle saline di Skrofotina.

© 2018, Katia Pisani. All rights reserved.

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